Rappresentanza e Intelligenza Artificiale

Di seguito il testo completo dell’editoriale su “Il Riformista”

Rappresentanza, l'intelligenza artificiale parla con tutti (e per conto di nessuno)

di Rosario Cerra

La democrazia liberale nasce da un sospetto: che nessun potere, neppure benevolo, debba raggiungere il singolo senza incontrare un contrappeso. Montesquieu chiamò poteri intermedi i corpi che tengono il sovrano a distanza dal suddito, e sindacati, partiti e associazioni ne discendono: ciascuno trasforma una somma di solitudini in una controparte. L’intelligenza artificiale è la prima tecnologia che promette di rivolgersi direttamente a ciascuno, per ascoltarlo e rappresentarlo senza che nessuno debba mettersi insieme. In quarant’anni, nei paesi Ocse, la quota di lavoratori iscritti a un sindacato si è dimezzata, dal 30 al 15%.

La tesi più forte a favore della sostituzione l’ha scritta Hélène Landemore sulla rivista del Fondo Monetario: l’intelligenza artificiale può far discutere direttamente fra loro milioni di persone. Science ha presentato la Habermas Machine, un modello mediatore. In pochi secondi riassume le posizioni di cittadini divisi in sintesi che i partecipanti stessi hanno preferito a quelle umane. Landemore coglie un punto vero: la macchina riempie uno spazio già vuoto, il vuoto fra cittadini e Stato che il politologo Peter Mair vedeva lasciato dai partiti in ritirata.

Un vuoto, in politica come nei mercati, è una proprietà in attesa di titolare.

Il titolare si presenta dal lato più forte del rapporto. Mentre il sindacato si dimezzava, le organizzazioni datoriali hanno tenuto e la gestione algoritmica del lavoro si è diffusa nelle imprese. In primavera OpenAI ha proposto il proprio patto sociale per l’età dell’intelligenza artificiale: un fondo pubblico, alimentato anche dalle imprese del settore, che versa i rendimenti a ogni cittadino americano, reti di protezione che scattano in automatico, la settimana corta da sperimentare con imprese e sindacati. Come punto di partenza merita attenzione. Ma un patto sociale scritto da una sola delle parti ha un nome antico nella storia liberale: carta concessa, come gli statuti che i sovrani dell’Ottocento elargivano ai sudditi.

Per l’economista J.K. Galbraith, se una parte del mercato diventa troppo forte, l’altra si organizza per bilanciarla: è il potere di contrappeso, il modo in cui un mercato si corregge senza chiedere tutto allo Stato. Nel 1952 poteva limitarsi a descriverlo; oggi va ricostruito, con una consapevolezza che la Habermas Machine non ha. La macchina cerca il punto medio; una democrazia liberale sana vive anche del conflitto regolato fra gli interessi, e un sindacato esiste anche per rifiutare il punto medio finché le condizioni non sono giuste, come fa qualunque impresa in una trattativa. Lo stesso modello che in mano a un sindacato rafforza la rappresentanza, dove il sindacato manca la sostituisce.

In Italia, dove lo strato intermedio è più spesso e più esposto, la rappresentanza in generale ha retto anche perché si è fatta sportello, Caf, patronati, contabilità e servizi, le attività che un modello linguistico impara per prime. Il dividendo dell’intelligenza artificiale rischia di arrivare ai corpi intermedi prima come perdita di ricavi che come guadagno di capacità. Un’associazione che addestra il proprio modello sui propri archivi dà all’artigiano la capacità legale e fiscale di una grande impresa; un sindacato che lo possiede porta al tavolo una mappa invece di una parola d’ordine. Per i partiti vale lo stesso: un partito che fa votare gli iscritti su una piattaforma dipende da chi la gestisce; uno guidato da un’intelligenza artificiale, da chi la possiede. E nessun elettore ha mai dato un mandato a un algoritmo.

L’Italia, con il decreto del 7 ottobre, ha riservato a una persona l’ultima parola su assunzioni, valutazioni e licenziamenti, lasciando però alla macchina la selezione dei candidati: protegge chi è dentro e non vede chi bussa. L’individuo viene tutelato per decreto, il collettivo consultato, nessuno contratta. Una democrazia liberale preferisce il contratto al divieto, perché il divieto protegge e il contratto fa di più, distribuisce; e all’impresa dà ciò che il divieto non può darle, regole su misura e la fiducia di chi lavorerà con la macchina.

L’architettura esiste già: i comitati che nel 2020 governarono in fabbrica, con i rappresentanti dei lavoratori, la pandemia; il contratto degli sceneggiatori americani, il primo in cui una macchina è materia negoziale. Quest’anno, in Italia, Genertel ha negoziato con i sindacati l’uso dell’intelligenza artificiale, fino a tenere distinta la decisione dell’operatore dal suggerimento della macchina; Cassa Centrale Banca ha firmato un accordo per cui nessun sistema digitale di controllo diventa operativo senza un esame preventivo del sindacato sul suo impatto. Estendere questa architettura all’algoritmo costa una riga nel decreto sulle piattaforme e una clausola nei prossimi rinnovi: quali dati entrano, quali decisioni restano umane, chi ne verifica gli effetti.

Credo che la libertà si misuri dalla distanza che un’associazione riesce a mettere fra il potere e ciascuno di noi: dove c’è, resta una trattativa; dove manca, resta un utente. Tocqueville scriveva che nei paesi democratici la scienza dell’associazione è la scienza madre, da cui dipendono i progressi di tutte le altre. Le altre hanno prodotto una macchina che si è messa fra lo Stato, il mercato e l’individuo, che nessuno ha dovuto fondare e a cui nessuno si è iscritto. Parla con tutti, e per conto di nessuno.

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