Di seguito il testo completo dell’intervento su “il Riformista”
Il centro è vivo se governa l'innovazione
di Rosario Cerra
Caro Claudio Velardi,
un centro può morire come spazio elettorale e sopravvivere come funzione. La mappa su cui lo cerchiamo, però, è ancora quella del Novecento. La tua diagnosi del 3 settembre è lucida, soprattutto sulla mediazione: il populismo, ne sono convinto, nasce da una sua crisi, politica, culturale e ormai economica, e l’Italia ne ha visti due, contro globalizzazione e immigrazione. Dico su quale materia debba oggi esercitarsi.
Sono anni che sostengo che il conflitto decisivo si sposta dall’asse destra-sinistra a quello fra aperto e chiuso. Hanspeter Kriesi e i suoi coautori lo chiamano dal 2006 conflitto fra integrazione e demarcazione; The Economist nel 2016 lo mise in copertina. La mia aggiunta è la tecnologia come prossima materia di quel conflitto, con il rischio di un terzo populismo contro l’innovazione. Quel conflitto taglia in due entrambe le coalizioni, e lì va cercato il centro come funzione: fra chi vuole governare la transizione e chi vuole, inutilmente, fermarla.
Il primo segnale è arrivato l’11 luglio a Lacchiarella, nel Milanese, con una delle prime manifestazioni italiane contro un data center; sono seguiti una rete di ventidue comitati, un manifesto e una piazza annunciata a Milano per il 10 ottobre. I comitati non contestano la tecnologia: chiedono un piano nazionale degli impianti, che lo Stato avrebbe dovuto scrivere per primo. Per Ipsos e Legacoop il 42 per cento degli occupati si sente sostituibile da una macchina. I comitati sono il sintomo; il populismo sarà l’uso politico di una contraddizione lasciata senza governo: basta che qualcuno dia a vertenze diverse lo stesso avversario. Entrambe le coalizioni possono ospitarlo, la destra come difesa del territorio, la sinistra come difesa del lavoro, e per questo nessuna delle due lo vede arrivare. Negli Stati Uniti, secondo Data Center Watch, fra i politici locali schierati contro questi impianti il 55 per cento è repubblicano e il 45 democratico. Abbondano tecnofili e tecnofobi; mancano i tecnorealisti.
Sul primo populismo la politica ha capito tardi che chi protestava aveva in parte ragione: la globalizzazione era stata governata male, e l’ammissione è arrivata a fabbriche già chiuse. Il conto di quel ritardo continua ad arrivare, domenica dopo domenica, nelle urne d’Europa. Con la tecnologia possiamo risparmiarci vent’anni: la risposta di metodo esiste già ed è italiana. A Predaia, in Trentino, il 23 giugno è entrato in funzione il primo data center europeo dentro una miniera attiva: cento metri sotto la roccia, zero acqua, energia rinnovabile per lo più idroelettrica locale, di proprietà per il 49 per cento dell’Università di Trento e per il 51 di quattro imprese del territorio, 18,4 milioni di PNRR rendicontati al cento per cento. La giunta è di centrodestra, l’ateneo è pubblico, il metodo è quello del PNRR che tre governi hanno condiviso: Predaia non ha colore, e per questo funziona. Fra Lacchiarella e Predaia la differenza sta tutta nell’architettura, a qualunque scala: chi possiede, chi decide, con quale energia, che cosa resta. È la Sovranità Tecnologica portata a misura di comune.
Le sfide del Paese hanno un ordine di esecuzione e il digitale viene per primo perché, governato, cambia tempi e costi di tutte le altre. È l’agenda intera, materia da Palazzo Chigi, e tocca la forma dello Stato liberale: la competitività è oggi condizione dell’indipendenza di un Paese e dei diritti dei suoi cittadini, purché i suoi frutti arrivino al lavoro come al capitale, alla periferia come al centro.
Alla destra il nuovo asse chiede che cosa intenda per sovranità: la tentazione è il veto, che produce dipendenza con bandiera nazionale; la versione utile è la capacità, un piano nazionale del calcolo che ponga ovunque le quattro domande di Predaia. Alla sinistra chiede che cosa intenda per protezione. Per Philippe Aghion, Nobel 2025, lo Stato deve essere insieme investitore e assicuratore: i due poli si sono divisi la coppia, che funziona solo intera. Chi teme la macchina chiede, prima di ogni divieto, di essere qualificato: un diritto all’apprendimento permanente, un euro sulla persona per ogni euro sulla macchina. La sinistra usi il digitale contro le disuguaglianze che si misurano in liste d’attesa e si riprenda la parola produttività, cresciuta, secondo l’Istat, appena dello 0,3 per cento l’anno dal 1995.
Il centro che cerchi esiste, ed è una funzione nel senso letterale: tenere le mani sul volante di una transizione di cui i poli discutono solo freno e acceleratore. In questa stagione è la posizione più radicale in campo.