Di seguito il testo completo dell’editoriale su “il Riformista”
L’Occidente estremo diventa un metodo
di Rosario Cerra
Il populismo nasce dalla crisi della mediazione politica e culturale e si rafforza aggravandola. Quando la politica non riesce a tradurre i conflitti in scelte e la cultura rinuncia a rendere comprensibili i cambiamenti, si apre un vuoto. Il populismo lo occupa indicando un nemico e promettendo che, rimosso l’ostacolo, il popolo tornerà padrone del proprio destino. Si alimenta di problemi reali e paure costruite; sostituisce la ricerca delle soluzioni con l’organizzazione del risentimento.
A destra come a sinistra, cambiano i bersagli e resta il meccanismo. Le diseguaglianze della globalizzazione diventano la prova di un complotto delle élite; le difficoltà dell’integrazione fanno dell’immigrato la spiegazione di ogni insicurezza. Questa politica del nemico può attingere, quando serve, anche all’antisemitismo, con il suo antico e micidiale repertorio di complotti e colpe collettive attribuite agli ebrei. La paura indotta dell’innovazione tecnologica ripete l’operazione sul futuro: trasforma rischi da governare in una minaccia da respingere, sottraendo spazio alla conoscenza e alla possibilità di scegliere.
La critica alla globalizzazione, la richiesta di governare l’immigrazione, la preoccupazione per il lavoro trasformato dalla tecnologia sono domande legittime. Diventano materia populista quando la politica le usa per alimentare un’appartenenza contro qualcuno, anziché assumersi la responsabilità di una risposta. Chi denuncia questo uso deve prendere sul serio le domande: il disprezzo per gli elettori è il migliore alleato di chi ne sfrutta la sfiducia.
Il salto decisivo avviene quando il populismo porta questa logica al governo. Il leader pretende di incarnare l’intero popolo; chi lo contraddice diventa un nemico della sua volontà. Il mandato elettorale viene invocato per delegittimare ogni limite. Si logorano così le istituzioni che consentono alla società di discutere, correggere gli errori e cambiare chi governa. Qui il rischio diventa sistemico: il danno investe le condizioni nelle quali dovranno operare anche gli avversari e i successori.
Trump è l’esempio più potente di questo tentativo di trasformazione, per il peso dell’America nel mondo. Sul piano interno, lo scontro sui dazi ha mostrato la posta in gioco. Il 20 febbraio la Corte Suprema, con sei voti contro tre, ha stabilito che la legge sui poteri economici d’emergenza non autorizza il presidente a imporli. La sentenza mostra un contrappeso in azione e ricorda che il consenso, anche quando è largo, non attribuisce al vincitore la proprietà delle istituzioni.
Sul piano internazionale, la stessa pretesa di libertà dai vincoli trasforma le alleanze in rapporti da rinegoziare sotto pressione. Il passaggio dal multilateralismo a un bilateralismo brutale segue una regola: ricevere il mondo uno alla volta. Il mercato diventa una leva, l’alleato un contraente, la sicurezza una prestazione da fatturare. È così che l’America, da Estremo Occidente, rischia di diventare Occidente estremo: una potenza che mette in discussione le regole dell’ordine che più di ogni altro ha contribuito a costruire.
L’Estremo Occidente era un luogo. L’Occidente estremo è un metodo.
Una trattativa bilaterale è uno strumento ordinario della diplomazia. Il problema nasce quando la forza pretende di rendere revocabile ogni impegno e di assegnare un prezzo a ogni dissenso. Per l’Italia, rinunciare alla forza contrattuale europea significa esporsi di più a condizioni decise altrove. La sovranità si misura anche dalla capacità di concorrere a quelle decisioni.
Una legge sbagliata si può correggere. Ricostruire un’istituzione svuotata o recuperare la fiducia di un alleato richiede molto più di un’elezione. Il populismo indebolisce così la capacità di governare i problemi che lo alimentano. Se gli avversari adottano lo stesso metodo, l’alternanza non interrompe questo circuito. Contrastare il populismo richiede perciò di rinnovare ciò che ha fallito. Per l’Europa significa anche superare l’unanimità nei settori in cui paralizza l’azione comune. Servono istituzioni capaci di decidere e di rispondere delle decisioni, una politica che componga i conflitti, una cultura che dia strumenti per capire il cambiamento.
Destra, centro e sinistra possono dividersi sulle soluzioni e riconoscersi in una regola: governare con le garanzie che pretenderebbero dall’opposizione. Il populismo promette di restituire il potere al popolo. La prova è quanto gliene lascia quando il popolo cambia idea.
L’Occidente resta fedele a sé stesso finché nessun vincitore può chiudere la storia con la propria vittoria. Il populismo promette al popolo di liberarlo dai suoi nemici. La democrazia gli garantisce il diritto di liberarsi anche dei suoi salvatori.